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I video e le trascrizioni degli interventi al Seminario "Ricominciamo dal 3" del 3 luglio 2009

(in via di inserimento)



Grazia Francescato

trascrizione

Trascrizione dell'intervento di Grazia Francescato al seminario "Ricominciamo dal 3" (non rivista dall'autore)

 

Noi siamo qui per dire, fare ed essere qualcosa di sinistra, pronti per le sfide del terzo millennio.
La prima cosa che diciamo come ecologisti è che SL vuole e deve continuare e continuerà, ma siccome questo è il momento della verità dobbiamo fare piazza pulita delle ambiguità, rispettando i vari soggetti che compongono SL.
Noi Verdi che siamo qui non siamo proprietari del nostro partito rappresentiamo un istanza, una prospettiva un orizzonte, faremo una battaglia politica per convincere tutti i componenti dei Verdi che questa è la strada giusta, abbiamo un congresso ad ottobre, che sceglierà in modo democratico la strada da percorrere e noi faremo di tutto perché questa sia la strada giusta.
Dicevo di una sinistra all’altezza delle sfide del terzo millennio, per vincere le sfide bisogna prima di tutto conoscerle e riconoscerle, e la sfida ecologista che noi rappresentiamo è stata a lungo eresia - parola che a me piace e mi va bene perché eresia significa scelta. Una scelta contro l’ortodossia, e mi preoccupa che il binomio ecologia-economia stia diventando ortodossia, perché  quando si sente Emma Marcegaia parlare di economia verde per uscire dalla crisi va bene, ma allo stesso tempo mi preoccupa moltissimo, quando sento il capo degli economisti mondiali dire che la lotta contro il cambiamento climatico va fatta perché comporterebbe un costo maggiore l’inazione che l'azione io sono contenta, ma mi preoccupo allo stesso tempo. Perché se la radicalità della sfida ecologista viene ridotta al filone di un nuovo business, noi perderemo la critica di fondo dell’insostenibilità dello sviluppo, perché non ci può essere uno sviluppo illimitato su un pianeta con delle risorse limitate. Questo è il fondamento del nostro ecologismo.
Quindi noi chiediamo una rivoluzione, perché la riconversione ecologica dell’economia è la rivoluzione verde ed è gia in atto, in cammino sul pianeta. Un altro punto importante è quello di mettere finalmente insieme le ragioni del lavoro e le ragioni dell’ambiente, che a lungo sono state presentate come conflittuali, ed in certe occasioni è stato cosi. Ultimamente sono stata a Taranto dove è concentrato il 93% della diossina prodotta in Europa, con la fabbrica dell’ILVA.  Perché dobbiamo condannare le persone a scegliere tra un lavoro che fa morire e la disoccupazione, noi non vogliamo solo il lavoro, ma il buon lavoro, e questo è il nostro obiettivo rivoluzionario. Quindi noi non vogliamo che l’ecologismo sia un punto in più nel nostro gia ricco programma, noi vogliamo che l’ecologismo sia la chiave di lettura della società del terzo millennio.
Inoltre noi Verdi siamo anche presenti su temi come la laicità e lo sgretolamento della democrazia, noi non riusciremo a fare il salto di qualità come nazione se prima non ci sarà una presa di coscienza collettiva, per far si che ci sia un popolo di cittadini e non una plebe passiva.
Adesso fatemi dire una cosa da donna e femminista; ho seguito con avvilimento il passaggio di  tanta parte delle donne dalle pari opportunità al pari opportunismo, e credo che questo silenzioso avvilimento sia nell’animo di molte di noi ma ora basta, se c’è stato del silenzio durante la campagna elettorale, adesso donne di SL dobbiamo tornare a parlare di questi temi. Noi non abbiamo niente contro le veline, ma molto da dire contro il velinismo, dobbiamo riprenderci quella capacità di analisi che era del femminismo, aggiornandola. Anche questo fa parte di quel recupero di coscienza collettiva. Andiamo avanti e speriamo che questo sia solo l’inizio di un lungo e felice cammino.

Se il più grande partito di opposizione appare smarrito dentro un avvitamento intestino, dolente e separato dalla realtà della crisi italiana, così c’è un problema, che chiede a noi uno sforzo in più, è una responsabilità supplementare: noi ci dobbiamo far carico del fatto che non siamo sufficienti, com’è del tutto ovvio, abbiamo bisogno di allargare l’ambito della relazione, la crisi democratica è acuta, perché poi dietro sta avanzando una crisi economico-sociale che è largamente sottovalutata, anche da noi, che è di proporzioni gigantesche.

Insomma io credo che noi dobbiamo giocare una partita importante; come cominciamo a giocarla questa partita importante? Beh, amici e compagni, cominciando a conoscerci; abbiamo storie differenti, culture differenti, possiamo giocare questa partita con l’infingimento e la furbizia, oppure possiamo giocare questa partita con lo spirito di ricerca, il rispetto e la curiosità reciproca.

Io penso che se noi non ci sentiamo prigionieri degli anni ’80, e viviamo i nostri percorsi, i nostri cammini soprattutto con la curiosità di ascoltarci reciprocamente, e di accogliere ciascuna differenza come un dono dentro a questa impresa, che è gigantesca, allora ci possiamo dare l’aggio, per esempio, di misurare le diverse nostre storie e culture non su giudizio di Dio che riguarda un anno del passato, un pezzo del vecchio calendario.

Io per esempio con gli amici e i compagni delle diverse storie vorrei oggi discutere e confrontarmi sul tema del welfare, perché penso che lì non possiamo né immaginare che la riforma del welfare debba essere blairianamente dimagrimento e cedimento alle culture liberiste, ma che non si possa neanche immaginare che un atteggiamento di sinistra è pura conservazione del welfare come l’abbiamo conosciuto, perché il welfare come l’abbiamo conosciuto corrisponde a un mondo che non esiste più, quel welfare per esempio non teneva in conto la centralità della questione di genere; quel welfare, non possiamo non vedere che avesse una cifra patriarcale e assistenzialistica; e quel welfare non teneva conto, per l’Italia, del tema centrale dei flussi migratori, del come il popolo dei migranti avrebbe cambiato radicalmente proprio l’idea dell’organizzazione dei servizi sociali.

Allora io dico confrontiamoci, io sento non la spinta a un compromesso con i socialisti (poi parlo degli altri), ma sento la necessità di scorgere dentro quella parabola e quella storia parole chiave che sono indispensabili per la sinistra del futuro.

La questione ecologista non è una questione naturalmente coreografica, non è una questione dell’intensità dei nostri riferimenti, delle nostre battaglie: è uno sguardo complessivo sulla realtà ed è quindi un arricchimento drastico, radicale della cultura del cambiamento, ma naturalmente significa misurarci con grande forza, perché sullo sfondo c’è il dibattito tra crescita o decrescita, e credo che noi anche qui non dobbiamo cercare mediazioni furbesche, mediazioni lessicali, diciamo una mezza parola, usiamo un mezzo aggettivo, non dobbiamo avere paura di essere una ricerca in campo aperto, cioè non dobbiamo avere paura di chiudere la questione che invece dobbiamo aprire, di che cosa significa per esempio ecososteniblità, la green economy; ne abbiam parlato anche in campagna elettorale, io avevo l’orticaria di fronte all’espressione “green economy” perché dicevo “ora l’industria dell’industria dell’inquinamento fa un altro business, perché diventa anche industria del disinquinamento”, e in molti casi si tratta di un ciclo integrato, e magari degli stessi soggetti; allora è un dibattito importante che dobbiamo approfondire.

Tra di noi siamo piccoli, alludiamo a complesse sconfitte, che naturalmente non mettono tutto sullo stesso piano, perché c’è una gradazione anche del rapporto critico con la sinistra del ‘900.

Io capisco bene che il tema “stalinismo” è un tema che merita che tutti ci si fermi e si entri dentro il buco nero, e si abbia il coraggio di guardare fino in fondo quello che non fu l’errore, ma che fu l’orrore, e su questo non ci possono essere ambiguità; capisco che questo fa la differenza, e tuttavia in questo cantiere, io così l’ho chiamato, o in questo gioco di reciprocità, di reciproca conoscenza, ci deve essere anche un elemento di reciproco affidamento, cioè siamo tutti quanti incerti, siamo tutti quanti in un passaggio in cui sentiamo le sabbie mobili di culture reazionarie che tornano a circolare, siamo angosciati e abbiamo però anche la percezione di un mondo nuovo, che talvolta è portatore anche di una cultura del cambiamento che sono i nostri occhi che non riescono a vedere, come è accaduto ogni volta che insorge il mondo della scuola e degli studenti. Allora io dico che dobbiamo presentarci come siamo, con i nostri difetti, con le nostre imperfezioni, con le nostre imprecisioni, perché siamo dentro una ricerca; però dobbiamo dare un messaggio forte ai compagni: Sinistra e Libertà non è un tram, è un vero progetto politico, ha dimostrato che in quattro settimane e in una presenza televisiva..

 
Claudio Fava

trascrizione

Trascrizione dell'intervento di Claudio Fava al seminario "Ricominciamo dal 3" (non rivista dall'autore)

 

A me non interessa se questa giornata verrà chiamata seminario o convegno o altro, a me interessa evidenziare le cose positive. Abbiamo preso più o meno gli stessi voti di un anno fa con Sinistra Arcobaleno e dopo quella sconfitta i soci i compagni gli amici continuarono a sfilare nella politica senza mai incrociarsi di nuovo neanche per rielaborare la sconfitta e capire come andare avanti.

Noi siamo qui a poche settimane dalle elezioni, che consideriamo una sconfitta ma allo stesso tempo un risultato di grande responsabilità non soltanto per la quantità di voti ma soprattutto per la qualità di questi voti.

4 milioni di voti sono un bisogno, sono una richiesta un esigenza. Una richiesta di politica forte, di esprimere una comune cultura politica sulla quale siamo in ritardo, la destra è riuscita a crearla e ne ha fatto un guanto che aderisce perfettamente al nostro Paese; possiamo sostituire le parole di Nenni il quale diceva “questo è un Paese dove oggi siamo tutti più liberi” con Maroni  e ci troviamo in un Paese dove siamo tutti più cattivi, in cui la condizione di nascita è condizione di criminalità. Sappiamo che non ci sono piu le razze ma esistono i razzisti come comportamento politico, sappiamo che l’aggressione culturale, giuridica è pane quotidiano di questo governo, questo è il loro progetto e la loro cultura politica, e noi dobbiamo al più presto darcene una.
Noi dobbiamo svestire le nostre parole di un eccessiva prudenza, dobbiamo osare con più generosità, non siamo una promessa, ma molto più, proviamo a capire come SL possa essere un luogo di sintesi, di superare le nostre parzialità, noi abbiamo storie diverse e importanti al nostro interno, storie nobili che però rappresentano delle parzialità , uniti possiamo creare una nuova sinistra.

Per concludere io ho delle proposte molto semplici e umili:

1 SL sarà il  simbolo delle prossime elezioni politiche

2 si apra un adesione a SL si aprano punti, associazioni presenze politiche sul territorio, torniamo a fare politica giorno dopo giorno, riprendiamoci la parola libertà, discutiamo sulla dignità del lavoro sul pacchetto sicurezza. Questo va fatto rapidamente l’Italia vuole sapere SL cosa è cosa fa cosa dice per questo Paese.

Se il più grande partito di opposizione appare smarrito dentro un avvitamento intestino, dolente e separato dalla realtà della crisi italiana, così c’è un problema, che chiede a noi uno sforzo in più, è una responsabilità supplementare: noi ci dobbiamo far carico del fatto che non siamo sufficienti, com’è del tutto ovvio, abbiamo bisogno di allargare l’ambito della relazione, la crisi democratica è acuta, perché poi dietro sta avanzando una crisi economico-sociale che è largamente sottovalutata, anche da noi, che è di proporzioni gigantesche.

Insomma io credo che noi dobbiamo giocare una partita importante; come cominciamo a giocarla questa partita importante? Beh, amici e compagni, cominciando a conoscerci; abbiamo storie differenti, culture differenti, possiamo giocare questa partita con l’infingimento e la furbizia, oppure possiamo giocare questa partita con lo spirito di ricerca, il rispetto e la curiosità reciproca.

Io penso che se noi non ci sentiamo prigionieri degli anni ’80, e viviamo i nostri percorsi, i nostri cammini soprattutto con la curiosità di ascoltarci reciprocamente, e di accogliere ciascuna differenza come un dono dentro a questa impresa, che è gigantesca, allora ci possiamo dare l’aggio, per esempio, di misurare le diverse nostre storie e culture non su giudizio di Dio che riguarda un anno del passato, un pezzo del vecchio calendario.

Io per esempio con gli amici e i compagni delle diverse storie vorrei oggi discutere e confrontarmi sul tema del welfare, perché penso che lì non possiamo né immaginare che la riforma del welfare debba essere blairianamente dimagrimento e cedimento alle culture liberiste, ma che non si possa neanche immaginare che un atteggiamento di sinistra è pura conservazione del welfare come l’abbiamo conosciuto, perché il welfare come l’abbiamo conosciuto corrisponde a un mondo che non esiste più, quel welfare per esempio non teneva in conto la centralità della questione di genere; quel welfare, non possiamo non vedere che avesse una cifra patriarcale e assistenzialistica; e quel welfare non teneva conto, per l’Italia, del tema centrale dei flussi migratori, del come il popolo dei migranti avrebbe cambiato radicalmente proprio l’idea dell’organizzazione dei servizi sociali.

Allora io dico confrontiamoci, io sento non la spinta a un compromesso con i socialisti (poi parlo degli altri), ma sento la necessità di scorgere dentro quella parabola e quella storia parole chiave che sono indispensabili per la sinistra del futuro.

La questione ecologista non è una questione naturalmente coreografica, non è una questione dell’intensità dei nostri riferimenti, delle nostre battaglie: è uno sguardo complessivo sulla realtà ed è quindi un arricchimento drastico, radicale della cultura del cambiamento, ma naturalmente significa misurarci con grande forza, perché sullo sfondo c’è il dibattito tra crescita o decrescita, e credo che noi anche qui non dobbiamo cercare mediazioni furbesche, mediazioni lessicali, diciamo una mezza parola, usiamo un mezzo aggettivo, non dobbiamo avere paura di essere una ricerca in campo aperto, cioè non dobbiamo avere paura di chiudere la questione che invece dobbiamo aprire, di che cosa significa per esempio ecososteniblità, la green economy; ne abbiam parlato anche in campagna elettorale, io avevo l’orticaria di fronte all’espressione “green economy” perché dicevo “ora l’industria dell’industria dell’inquinamento fa un altro business, perché diventa anche industria del disinquinamento”, e in molti casi si tratta di un ciclo integrato, e magari degli stessi soggetti; allora è un dibattito importante che dobbiamo approfondire.

Tra di noi siamo piccoli, alludiamo a complesse sconfitte, che naturalmente non mettono tutto sullo stesso piano, perché c’è una gradazione anche del rapporto critico con la sinistra del ‘900.

Io capisco bene che il tema “stalinismo” è un tema che merita che tutti ci si fermi e si entri dentro il buco nero, e si abbia il coraggio di guardare fino in fondo quello che non fu l’errore, ma che fu l’orrore, e su questo non ci possono essere ambiguità; capisco che questo fa la differenza, e tuttavia in questo cantiere, io così l’ho chiamato, o in questo gioco di reciprocità, di reciproca conoscenza, ci deve essere anche un elemento di reciproco affidamento, cioè siamo tutti quanti incerti, siamo tutti quanti in un passaggio in cui sentiamo le sabbie mobili di culture reazionarie che tornano a circolare, siamo angosciati e abbiamo però anche la percezione di un mondo nuovo, che talvolta è portatore anche di una cultura del cambiamento che sono i nostri occhi che non riescono a vedere, come è accaduto ogni volta che insorge il mondo della scuola e degli studenti. Allora io dico che dobbiamo presentarci come siamo, con i nostri difetti, con le nostre imperfezioni, con le nostre imprecisioni, perché siamo dentro una ricerca; però dobbiamo dare un messaggio forte ai compagni: Sinistra e Libertà non è un tram, è un vero progetto politico, ha dimostrato che in quattro settimane e in una presenza televisiva..

 
Nichi Vendola

trascrizione

Trascrizione dell'intervento di Nichi Vendola al seminario "Ricominciamo dal 3" (non rivista dall'autore)

 

Credo che faremmo un errore se discutessimo del nostro percorso e del nostro futuro astraendoci dagli elementi che caratterizzano un passaggio d’epoca, che precipita nel Vecchio continente con un corredo di angoscia, di fantasmi che vengono riesumati dal voto in diverse parti d’Europa.
C’è una crisi che riguarda il Vecchio continente, che appare improvvisamente un continente vecchio e spaventato, che riguarda la crisi del patto tra capitale e lavoro che ha segnato l’uscita dai fascismi e la fine della Seconda guerra mondiale; quel patto che ha fatto dell’Europa un modello sociale e salvabile. E oggi è curioso vedere come, mentre noi proseguiamo secondo quella che un tempo avremmo chiamato una forma di “americanizzazione” della società europea, negli Stati Uniti d’America il dibattito è sulla “europeizzazione” del modello americano. Io penso che la nostra ricerca debba avere questo contesto, questa scena perché altrimenti non so di che cosa parliamo.E debba guardare alla crisi italiana. Io ho l’impressione che gli elementi di un approfondimento sulla realtà e sulla crisi italiana non ci siano, non siano nella scena pubblica, non siano nella disponibilità collettiva. E’ una crisi molteplice ed è una crisi pericolosa il fatto che sia evidente una frattura, un corto circuito dentro l’egemonia della destra - in particolar modo quella che è stata definita la crepa della narrazione berlusconiana. E' la crisi di un leader populista che ha paura del suo popolo: è fisicamente, plasticamente visibile questo.
Ma questa crisi non ha interrotto il processo di ristrutturazione della nostra Costituzione materiale, non ha interrotto l’attacco all’immaginario, alla cultura e all’ordine materiale della Costituzione repubblicana.
La crisi del berlusconismo può rappresentare un ulteriore scivolamento a destra del nostro Paese. Attenzione a non avere illusioni che la delegittimazione morale (che è planetaria e che riguarda anche le relazioni con poteri forti, che sono spiazzati dall’indecenza di ciò che appare sulla scena pubblica) non è l’inizio della fine, non è l’annuncio di tempi migliori, se non scende in campo un’ipotesi alternativa forte, credibile. E da questo punto di vista la critica del berlusconismo è inerte, se la questione morale non è l’agente fondamentale della ricostruzione di un blocco alternativo, di un’idea alternativa.
Rischiamo di essere soggiogati dal moralismo, dalle pulsioni cicliche verso il giustizialismo, che sono malattie, che sono veleni politici e culturali che ci impediscono di leggere le radici materiali che determinano la degenerazione, la decadenza della vita pubblica. Ma non solo la decadenza della vita pubblica: l’impossibilità di rintracciare l’ethos pubblico del nostro Paese, la scomparsa dell’Italia per come l’abbiamo conosciuta nella lunga storia del dopoguerra.
E’ come se ci fossimo tutti svegliati in un Paese sconosciuto, largamente sconosciuto, dove quello che entra in crisi non è il nostro orientamento politico, ma è la nostra educazione sentimentale alla vita, alla socialità: questo è il punto di una sconfitta molto più drammatica di quanto non sia la sconfitta elettorale.
Da questo punto di vista c’è un oggetto che immediatamente ci sta di fronte e col quale ci dobbiamo confrontare, che è il congresso del Partito Democratico. Esso ha due temi nei due schieramenti: l’elusione della sinistra, in uno schieramento, e l’allusione alla sinistra, nel secondo schieramento. E’ un po’ poco, per trovarvi la traccia sia di un’analisi profonda della crisi italiana, sia di una reazione all’altezza, di una sfida forte.
Sono due conglomerati di cui si percepisce soprattutto il piglio marziale, è una contesa già così visibilmente militarizzata; lo dico perché questa è una tragedia, perché l’esito, l’andamento del congresso del PD è un tema fondamentale, è un tema che riguarda anche noi. Non ne parlo come uno che abbia nessuna pulsione verso il PD, non sono iscritto a quel partito, non intendo iscrivermi a quel partito, ma dichiaro l’interesse, com’è ovvio a tutti, dichiaro l’interesse per le sorti della democrazia italiana, a guardare tutto ciò che accade nello schieramento che non è di governo e che è in opposizione al governo, e soprattutto guardare la vita del più grande partito di opposizione. Se il più grande partito di opposizione appare smarrito dentro un avvitamento intestino, dolente e separato dalla realtà della crisi italiana, così c’è un problema, che chiede a noi uno sforzo in più, è una responsabilità supplementare: noi ci dobbiamo far carico del fatto che non siamo sufficienti, com’è del tutto ovvio, abbiamo bisogno di allargare l’ambito della relazione, la crisi democratica è acuta, perché poi dietro sta avanzando una crisi economico-sociale che è largamente sottovalutata, anche da noi, che è di proporzioni gigantesche.
Insomma io credo che noi dobbiamo giocare una partita importante; come cominciamo a giocarla questa partita importante? Beh, amici e compagni, cominciando a conoscerci; abbiamo storie differenti, culture differenti, possiamo giocare questa partita con l’infingimento e la furbizia, oppure possiamo giocare questa partita con lo spirito di ricerca, il rispetto e la curiosità reciproca.
Io penso che se noi non ci sentiamo prigionieri degli anni ’80, e viviamo i nostri percorsi, i nostri cammini soprattutto con la curiosità di ascoltarci reciprocamente, e di accogliere ciascuna differenza come un dono dentro a questa impresa, che è gigantesca, allora possiamo, per esempio, misurare le diverse nostre storie e culture non su giudizio di Dio che riguarda un anno del passato, un pezzo del vecchio calendario.
Io per esempio con gli amici e i compagni delle diverse storie vorrei oggi discutere e confrontarmi sul tema del welfare, perché penso che lì non possiamo né immaginare che la riforma del welfare debba essere blairianamente dimagrimento e cedimento alle culture liberiste, ma che non si possa neanche immaginare che un atteggiamento di sinistra è pura conservazione del welfare come l’abbiamo conosciuto, perché il welfare come l’abbiamo conosciuto corrisponde a un mondo che non esiste più, quel welfare per esempio non teneva in conto la centralità della questione di genere; non possiamo non vedere che quel welfare avesse una cifra patriarcale e assistenzialistica; e quel welfare non teneva conto, per l’Italia, del tema centrale dei flussi migratori, del come il popolo dei migranti avrebbe cambiato radicalmente proprio l’idea dell’organizzazione dei servizi sociali.
Allora io dico confrontiamoci, io sento non la spinta a un compromesso con i socialisti (poi parlo degli altri), ma sento la necessità di scorgere dentro quella parabola e quella storia parole chiave che sono indispensabili per la sinistra del futuro.
La questione ecologista non è una questione naturalmente coreografica, non è una questione dell’intensità dei nostri riferimenti, delle nostre battaglie: è uno sguardo complessivo sulla realtà ed è quindi un arricchimento drastico, radicale della cultura del cambiamento, ma naturalmente significa misurarci con grande forza, perché sullo sfondo c’è il dibattito tra crescita o decrescita, e credo che noi anche qui non dobbiamo cercare mediazioni furbesche, mediazioni lessicali - diciamo una mezza parola, usiamo un mezzo aggettivo - non dobbiamo avere paura di essere una ricerca in campo aperto, cioè non dobbiamo avere paura di chiudere la questione che invece dobbiamo aprire, di che cosa significa per esempio ecososteniblità, la green economy. Ne abbiam parlato anche in campagna elettorale, io avevo l’orticaria di fronte all’espressione “green economy” perché dicevo “ora l’industria dell'inquinamento fa un altro business, perché diventa anche industria del disinquinamento, e in molti casi si tratta di un ciclo integrato, e magari degli stessi soggetti". Allora è un dibattito importante che dobbiamo approfondire.
Tra di noi siamo piccoli, alludiamo a complesse sconfitte, che naturalmente non mettono tutto sullo stesso piano, perché c’è una gradazione anche del rapporto critico con la sinistra del ‘900.
Io capisco bene che il tema “stalinismo” è un tema che merita che tutti ci si fermi e si entri dentro il buco nero, e si abbia il coraggio di guardare fino in fondo quello che non fu l’errore, ma che fu l’orrore, e su questo non ci possono essere ambiguità; capisco che questo fa la differenza, e tuttavia in questo cantiere, io così l’ho chiamato, o in questo gioco di reciprocità, di reciproca conoscenza, ci deve essere anche un elemento di reciproco affidamento, cioè siamo tutti quanti incerti, siamo tutti quanti in un passaggio in cui sentiamo le sabbie mobili di culture reazionarie che tornano a circolare, siamo angosciati e abbiamo però anche la percezione di un mondo nuovo, che talvolta è portatore anche di una cultura del cambiamento che i nostri occhi che non riescono a vedere, come è accaduto ogni volta che insorge il mondo della scuola e degli studenti. Allora io dico che dobbiamo presentarci come siamo, con i nostri difetti, con le nostre imperfezioni, con le nostre imprecisioni, perché siamo dentro una ricerca; però dobbiamo dare un messaggio forte ai compagni: Sinistra e Libertà non è un tram, è un vero progetto politico, ha dimostrato che in quattro settimane e in una presenza televisiva

Se il più grande partito di opposizione appare smarrito dentro un avvitamento intestino, dolente e separato dalla realtà della crisi italiana, così c’è un problema, che chiede a noi uno sforzo in più, è una responsabilità supplementare: noi ci dobbiamo far carico del fatto che non siamo sufficienti, com’è del tutto ovvio, abbiamo bisogno di allargare l’ambito della relazione, la crisi democratica è acuta, perché poi dietro sta avanzando una crisi economico-sociale che è largamente sottovalutata, anche da noi, che è di proporzioni gigantesche.

Insomma io credo che noi dobbiamo giocare una partita importante; come cominciamo a giocarla questa partita importante? Beh, amici e compagni, cominciando a conoscerci; abbiamo storie differenti, culture differenti, possiamo giocare questa partita con l’infingimento e la furbizia, oppure possiamo giocare questa partita con lo spirito di ricerca, il rispetto e la curiosità reciproca.

Io penso che se noi non ci sentiamo prigionieri degli anni ’80, e viviamo i nostri percorsi, i nostri cammini soprattutto con la curiosità di ascoltarci reciprocamente, e di accogliere ciascuna differenza come un dono dentro a questa impresa, che è gigantesca, allora ci possiamo dare l’aggio, per esempio, di misurare le diverse nostre storie e culture non su giudizio di Dio che riguarda un anno del passato, un pezzo del vecchio calendario.

Io per esempio con gli amici e i compagni delle diverse storie vorrei oggi discutere e confrontarmi sul tema del welfare, perché penso che lì non possiamo né immaginare che la riforma del welfare debba essere blairianamente dimagrimento e cedimento alle culture liberiste, ma che non si possa neanche immaginare che un atteggiamento di sinistra è pura conservazione del welfare come l’abbiamo conosciuto, perché il welfare come l’abbiamo conosciuto corrisponde a un mondo che non esiste più, quel welfare per esempio non teneva in conto la centralità della questione di genere; quel welfare, non possiamo non vedere che avesse una cifra patriarcale e assistenzialistica; e quel welfare non teneva conto, per l’Italia, del tema centrale dei flussi migratori, del come il popolo dei migranti avrebbe cambiato radicalmente proprio l’idea dell’organizzazione dei servizi sociali.

Allora io dico confrontiamoci, io sento non la spinta a un compromesso con i socialisti (poi parlo degli altri), ma sento la necessità di scorgere dentro quella parabola e quella storia parole chiave che sono indispensabili per la sinistra del futuro.

La questione ecologista non è una questione naturalmente coreografica, non è una questione dell’intensità dei nostri riferimenti, delle nostre battaglie: è uno sguardo complessivo sulla realtà ed è quindi un arricchimento drastico, radicale della cultura del cambiamento, ma naturalmente significa misurarci con grande forza, perché sullo sfondo c’è il dibattito tra crescita o decrescita, e credo che noi anche qui non dobbiamo cercare mediazioni furbesche, mediazioni lessicali, diciamo una mezza parola, usiamo un mezzo aggettivo, non dobbiamo avere paura di essere una ricerca in campo aperto, cioè non dobbiamo avere paura di chiudere la questione che invece dobbiamo aprire, di che cosa significa per esempio ecososteniblità, la green economy; ne abbiam parlato anche in campagna elettorale, io avevo l’orticaria di fronte all’espressione “green economy” perché dicevo “ora l’industria dell’industria dell’inquinamento fa un altro business, perché diventa anche industria del disinquinamento”, e in molti casi si tratta di un ciclo integrato, e magari degli stessi soggetti; allora è un dibattito importante che dobbiamo approfondire.

Tra di noi siamo piccoli, alludiamo a complesse sconfitte, che naturalmente non mettono tutto sullo stesso piano, perché c’è una gradazione anche del rapporto critico con la sinistra del ‘900.

Io capisco bene che il tema “stalinismo” è un tema che merita che tutti ci si fermi e si entri dentro il buco nero, e si abbia il coraggio di guardare fino in fondo quello che non fu l’errore, ma che fu l’orrore, e su questo non ci possono essere ambiguità; capisco che questo fa la differenza, e tuttavia in questo cantiere, io così l’ho chiamato, o in questo gioco di reciprocità, di reciproca conoscenza, ci deve essere anche un elemento di reciproco affidamento, cioè siamo tutti quanti incerti, siamo tutti quanti in un passaggio in cui sentiamo le sabbie mobili di culture reazionarie che tornano a circolare, siamo angosciati e abbiamo però anche la percezione di un mondo nuovo, che talvolta è portatore anche di una cultura del cambiamento che sono i nostri occhi che non riescono a vedere, come è accaduto ogni volta che insorge il mondo della scuola e degli studenti. Allora io dico che dobbiamo presentarci come siamo, con i nostri difetti, con le nostre imperfezioni, con le nostre imprecisioni, perché siamo dentro una ricerca; però dobbiamo dare un messaggio forte ai compagni: Sinistra e Libertà non è un tram, è un vero progetto politico, ha dimostrato che in quattro settimane e in una presenza televisiva..

 
Riccardo Nencini

trascrizione

Trascrizione dell'intervento di Riccardo Nencini al seminario "Ricominciamo dal 3" (non rivista dall'autore)

 

Per ragioni di tempo, taglierò tutta la parte sulla quale sono d'accordo; e sono d'accordo su molte delle cose che sono state dette, delle proposte che sono state avanzate.
Occupo i miei sei minuti e mezzo, invece, su un'altra questione, perchè i partiti quando nascono, le forze quando si compongono, rispondono sempre a una teoria che gli ... si portano dietro ormai da moltissimi anni: ce n'è uno in particolare, un grande ... che ha studiato i popoli barbari che dice che quando diventavano tribù, si davano sempre un mito, un nemico e una organizzazione. La nostra storia si è evoluta tantissimo, immagino, ma non sono mai cambiati questi tre ingredienti: un mito, un nemico e una organizzazione.
Prima di questo c'è da fare una breve parentesi, e non so se questa sia una parentesi unificante fra di noi, non tanto sul tempo che viviamo, ma sul rischio vero sul quale siamo seduti. Per la prima volta dall'Unità d'Italia, in Italia il centrodestra vince in entrambi i due livelli fondamentali: tiene il governo del Paese, e lo tiene stabilmente, e per la prima volta dal 1865 somma al governo del Paese il governo del territorio.
Non era mai successo, nè nell'Italia pre-repubblicana, nè nell'Italia post-repubblicana. La DC non può essere assimilata serenamente a un partito di destra.
Ora questo fatto, al di là delle battute di Franceschini che ritiene di aver vinto i ballottaggi, e non è vero, ci obbliga ad una considerazione, che non è una considerazione breve nel tempo, questa per lo meno è la mia opinione; la mia opinione è che l'ansia e la paura generano desiderio di ordine, la destra è più capace, è più professionale di noi a garantire l'ordine, i cittadini in Europa e anche in Italia preferiscono il centrodestra ad una sinistra che non c'è. Detto in pillole naturalmente per l'uomo del gong.
Ora, se così stanno le cose, noi non possiamo tranquillamente fermarci a disegnare un futuro senza cercare di capire com'è questa Italia.
Stamattina ho sentito parlare più volte di lavoro, e sono d'accordo se ne parliamo in termini generici; sono in completo disaccordo se dietro il temine lavoro noi intendiamo la società industriale; perchè la  società industriale in Italia non produce ormai più nè la maggioranza dei posti di lavoro, nè la maggioranza dei problemi. La maggioranza dei posti di lavoro, del PIL e della qualità si produce in Italia ormai nella società della conoscenza. I posti di lavoro a tempo indeterminato non sono più la maggioranza, e noi bisogna cominciare a preoccuparci quindi di una società - l'ha detto Vendola e condivido - che non è quella nè che vorremmo, nè quella nella quale siamo nati e vissuti. Non è la società dove le madri non lavorano, ed è la società nella quale i figli sono quasi sempre diplomati e laureati e lavorano sempre più tardi.
Se così è noi bisogna mettere in campo accanto alle parole d'ordine della destra italiana, come dio, padre e famiglia, un equivalente per una sinistra che il partito democratico non è nella condizione di rapprensentare e non sarà immediatamente dopo questo congresso, nella condizione di rappresentare. Perchè? Lo ha scritto Gigi Covatta sul Mondo Operaio: perchè manca di una ragione costituente. Ora io sono per prevedere, lo dirò, tutte le ragioni organizzative, però sono anche fra coloro che ricordano. Che cosa ricordano? Noi stiamo assieme soprattutto - fino a ieri mattina, poi da oggi io sono fra coloro che parteciperanno a scrivere una storia diversa - ma noi fino a ieri sera siamo stati assieme perchè in Italia è stato inserito in una notte e con una velocità stratosferica lo sbarramento elettorale alle europee. Diversamente noi non ci saremmo presentati e non avremmo avuto Sinistra e Libertà. Ora Sinistra e Libertà ha fatto un buon risultato elettorale, buono in tutte le condizioni negative in cui si è mossa, ed oggi si siede per organizzarsi un futuro.
Un ingrediente del futuro non può essere la questione morale, compagni e compagne, la questione morale, cioè l'etica pubblica non è un tavolato di ragioni politche, l'etica pubblica è un ingrediente fondamentale ma non è una ragione politica. Le ragioni politiche io penso che siano tutte le ragioni che stanno sotto il nome di inclusione, di rigore, di merito, e aggiungerei anche di responsabilità.
C'è una buona notizia di poco fa: la Corte ha bocciato una parte rilevante del decreto Gelmini sulla scuola, lo ha fatto su ricorso della mia regione, della regione Toscana, ed è una buona ragione applaudire perchè quello della scuola, associato al tema del merito, è un tema praticamente eluso dalla sinistra che siede in Parlamento, praticamente cancellato. Ormai parlare di sinistra come di scuola pubblica, sono diventati temi di difficile malleabilità, è come se parlassimo di una cosa sconosciuta alla maggioranza degli italiani.
L'altra grande questione riguarda il precariato e la Costituzione. Io non sono tra coloro che difendono hic et nunc la Costituzione in tutti i suoi articoli; sono fra coloro che la difendono nel Titolo primo, la parte dei principi e dei valori fondamentali, e lì va difesa, perchè è una Costituzione vecchia ma nuovissima nel suo articolato. Ma sono fra coloro anche che invita chi siede qui a fare una battaglia ormai persa, per ora, sull'altro pilastro della Costituzione italiana: non è scritto casualmente nella nostra Costituzione "Presidente del consiglio dei ministri", e non c'è scritto "capo del governo". La Costituzione italiana ha una base che è la centralità del Parlamento - poi gli eletti lasciamo stare che siano nominati e non eletti - ma è il Parlamento l'organo centrale così come hanno deciso i Costituenti. O si modifica la Costituzione, o altrimenti si rispetta il dettato costituzionale; una della campagne di Sinistra e Libertà, campagne che vanno fatte dentro il Congresso del PD; dentro significa lasciate che i compagni e le compagne, gli amici del PD ragionino di loro, e pensiamo noi da fuori il Parlamento a ragionare delle grandi questioni degli italiani.
Una è il precariato, sono gli ammortizzatori sociali per un mondo che non ha tutele; un'altra è la scuola; un'altra è la centralità del Parlamento.
E metterei infine la parte che riguarda i diritti civili: tutta la filiera dei diritti che i giuristi chiamano "di terza generazione". Io cito spesso il caso di una delle sette vedove della Thyssen di Torino, non le prime sei, ma la settima, quella mai ricevuta al Quirinale perchè il protocollo non lo prevede, quella che non ha ricevuto nessun diritto garantito da nessuna assicurazione italiana, quella che aveva in pancia il figlio di un operaio morto bruciato; però a differenza della altre sei vedove non era unita in matrimonio. Noi abbiamo il dovere, nella rapprensentazione di un'Italia diversa perchè cambiata, di far sì che i diritti fondamentali come questo divengano leggi dello Stato.
Io ho avuto il privilegio di tenere per tre anni il Coordinamento delle regioni europee, e gli occhi con cui ti guardano dai governi di centrodestra e di centrosinistra quando parli da italiano sulle conquiste nel campo dei diritti civili sono occhi disillusi. La domanda è: siete ancora a discutere di testamento biologico, di unioni civili, libertà della ricerca, libertà della scienza.
Ora noi su questi punti possiamo fare battaglie di civiltà e battaglie di libertà, collegandole ad una organizzaizone che intanto diventa organizzazione territoriale, nascano club tematici sul territorio. Sappiamo già che presenteremo Sinistra e Libertà alle prossime elezioni, quindi le regionali del 2010 e le amministrative che vi saranno, ma perchè vi sia un simbolo certo attorno al quale candidati e candidate si muovano servono: uno, battaglia condivisa, primarie delle idee per definire le priorità; due, articolazioni organizzative sul territorio; tre, un progetto, un'idea centrale che diventa una condizione costituente. Perchè se non ci sono condizioni costituenti vale la logica dell'aggregazione elettorale, e noi questa carta l'abbiamo già giocata, l'abbiamo giocata per le europee, per stato di necessità; non saremo più nella condizione di giocarla per stato di necessità per le elezioni regionali. Perchè c'è poco tempo, ma c'è troppo tempo per non cominciare a organizzarsi meglio sul territorio. Buon lavoro.

Se il più grande partito di opposizione appare smarrito dentro un avvitamento intestino, dolente e separato dalla realtà della crisi italiana, così c’è un problema, che chiede a noi uno sforzo in più, è una responsabilità supplementare: noi ci dobbiamo far carico del fatto che non siamo sufficienti, com’è del tutto ovvio, abbiamo bisogno di allargare l’ambito della relazione, la crisi democratica è acuta, perché poi dietro sta avanzando una crisi economico-sociale che è largamente sottovalutata, anche da noi, che è di proporzioni gigantesche.

Insomma io credo che noi dobbiamo giocare una partita importante; come cominciamo a giocarla questa partita importante? Beh, amici e compagni, cominciando a conoscerci; abbiamo storie differenti, culture differenti, possiamo giocare questa partita con l’infingimento e la furbizia, oppure possiamo giocare questa partita con lo spirito di ricerca, il rispetto e la curiosità reciproca.

Io penso che se noi non ci sentiamo prigionieri degli anni ’80, e viviamo i nostri percorsi, i nostri cammini soprattutto con la curiosità di ascoltarci reciprocamente, e di accogliere ciascuna differenza come un dono dentro a questa impresa, che è gigantesca, allora ci possiamo dare l’aggio, per esempio, di misurare le diverse nostre storie e culture non su giudizio di Dio che riguarda un anno del passato, un pezzo del vecchio calendario.

Io per esempio con gli amici e i compagni delle diverse storie vorrei oggi discutere e confrontarmi sul tema del welfare, perché penso che lì non possiamo né immaginare che la riforma del welfare debba essere blairianamente dimagrimento e cedimento alle culture liberiste, ma che non si possa neanche immaginare che un atteggiamento di sinistra è pura conservazione del welfare come l’abbiamo conosciuto, perché il welfare come l’abbiamo conosciuto corrisponde a un mondo che non esiste più, quel welfare per esempio non teneva in conto la centralità della questione di genere; quel welfare, non possiamo non vedere che avesse una cifra patriarcale e assistenzialistica; e quel welfare non teneva conto, per l’Italia, del tema centrale dei flussi migratori, del come il popolo dei migranti avrebbe cambiato radicalmente proprio l’idea dell’organizzazione dei servizi sociali.

Allora io dico confrontiamoci, io sento non la spinta a un compromesso con i socialisti (poi parlo degli altri), ma sento la necessità di scorgere dentro quella parabola e quella storia parole chiave che sono indispensabili per la sinistra del futuro.

La questione ecologista non è una questione naturalmente coreografica, non è una questione dell’intensità dei nostri riferimenti, delle nostre battaglie: è uno sguardo complessivo sulla realtà ed è quindi un arricchimento drastico, radicale della cultura del cambiamento, ma naturalmente significa misurarci con grande forza, perché sullo sfondo c’è il dibattito tra crescita o decrescita, e credo che noi anche qui non dobbiamo cercare mediazioni furbesche, mediazioni lessicali, diciamo una mezza parola, usiamo un mezzo aggettivo, non dobbiamo avere paura di essere una ricerca in campo aperto, cioè non dobbiamo avere paura di chiudere la questione che invece dobbiamo aprire, di che cosa significa per esempio ecososteniblità, la green economy; ne abbiam parlato anche in campagna elettorale, io avevo l’orticaria di fronte all’espressione “green economy” perché dicevo “ora l’industria dell’industria dell’inquinamento fa un altro business, perché diventa anche industria del disinquinamento”, e in molti casi si tratta di un ciclo integrato, e magari degli stessi soggetti; allora è un dibattito importante che dobbiamo approfondire.

Tra di noi siamo piccoli, alludiamo a complesse sconfitte, che naturalmente non mettono tutto sullo stesso piano, perché c’è una gradazione anche del rapporto critico con la sinistra del ‘900.

Io capisco bene che il tema “stalinismo” è un tema che merita che tutti ci si fermi e si entri dentro il buco nero, e si abbia il coraggio di guardare fino in fondo quello che non fu l’errore, ma che fu l’orrore, e su questo non ci possono essere ambiguità; capisco che questo fa la differenza, e tuttavia in questo cantiere, io così l’ho chiamato, o in questo gioco di reciprocità, di reciproca conoscenza, ci deve essere anche un elemento di reciproco affidamento, cioè siamo tutti quanti incerti, siamo tutti quanti in un passaggio in cui sentiamo le sabbie mobili di culture reazionarie che tornano a circolare, siamo angosciati e abbiamo però anche la percezione di un mondo nuovo, che talvolta è portatore anche di una cultura del cambiamento che sono i nostri occhi che non riescono a vedere, come è accaduto ogni volta che insorge il mondo della scuola e degli studenti. Allora io dico che dobbiamo presentarci come siamo, con i nostri difetti, con le nostre imperfezioni, con le nostre imprecisioni, perché siamo dentro una ricerca; però dobbiamo dare un messaggio forte ai compagni: Sinistra e Libertà non è un tram, è un vero progetto politico, ha dimostrato che in quattro settimane e in una presenza televisiva..

 
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