Se il più grande partito di opposizione appare smarrito dentro un avvitamento intestino, dolente e separato dalla realtà della crisi italiana, così c’è un problema, che chiede a noi uno sforzo in più, è una responsabilità supplementare: noi ci dobbiamo far carico del fatto che non siamo sufficienti, com’è del tutto ovvio, abbiamo bisogno di allargare l’ambito della relazione, la crisi democratica è acuta, perché poi dietro sta avanzando una crisi economico-sociale che è largamente sottovalutata, anche da noi, che è di proporzioni gigantesche.
Insomma io credo che noi dobbiamo giocare una partita importante; come cominciamo a giocarla questa partita importante? Beh, amici e compagni, cominciando a conoscerci; abbiamo storie differenti, culture differenti, possiamo giocare questa partita con l’infingimento e la furbizia, oppure possiamo giocare questa partita con lo spirito di ricerca, il rispetto e la curiosità reciproca.
Io penso che se noi non ci sentiamo prigionieri degli anni ’80, e viviamo i nostri percorsi, i nostri cammini soprattutto con la curiosità di ascoltarci reciprocamente, e di accogliere ciascuna differenza come un dono dentro a questa impresa, che è gigantesca, allora ci possiamo dare l’aggio, per esempio, di misurare le diverse nostre storie e culture non su giudizio di Dio che riguarda un anno del passato, un pezzo del vecchio calendario.
Io per esempio con gli amici e i compagni delle diverse storie vorrei oggi discutere e confrontarmi sul tema del welfare, perché penso che lì non possiamo né immaginare che la riforma del welfare debba essere blairianamente dimagrimento e cedimento alle culture liberiste, ma che non si possa neanche immaginare che un atteggiamento di sinistra è pura conservazione del welfare come l’abbiamo conosciuto, perché il welfare come l’abbiamo conosciuto corrisponde a un mondo che non esiste più, quel welfare per esempio non teneva in conto la centralità della questione di genere; quel welfare, non possiamo non vedere che avesse una cifra patriarcale e assistenzialistica; e quel welfare non teneva conto, per l’Italia, del tema centrale dei flussi migratori, del come il popolo dei migranti avrebbe cambiato radicalmente proprio l’idea dell’organizzazione dei servizi sociali.
Allora io dico confrontiamoci, io sento non la spinta a un compromesso con i socialisti (poi parlo degli altri), ma sento la necessità di scorgere dentro quella parabola e quella storia parole chiave che sono indispensabili per la sinistra del futuro.
La questione ecologista non è una questione naturalmente coreografica, non è una questione dell’intensità dei nostri riferimenti, delle nostre battaglie: è uno sguardo complessivo sulla realtà ed è quindi un arricchimento drastico, radicale della cultura del cambiamento, ma naturalmente significa misurarci con grande forza, perché sullo sfondo c’è il dibattito tra crescita o decrescita, e credo che noi anche qui non dobbiamo cercare mediazioni furbesche, mediazioni lessicali, diciamo una mezza parola, usiamo un mezzo aggettivo, non dobbiamo avere paura di essere una ricerca in campo aperto, cioè non dobbiamo avere paura di chiudere la questione che invece dobbiamo aprire, di che cosa significa per esempio ecososteniblità, la green economy; ne abbiam parlato anche in campagna elettorale, io avevo l’orticaria di fronte all’espressione “green economy” perché dicevo “ora l’industria dell’industria dell’inquinamento fa un altro business, perché diventa anche industria del disinquinamento”, e in molti casi si tratta di un ciclo integrato, e magari degli stessi soggetti; allora è un dibattito importante che dobbiamo approfondire.
Tra di noi siamo piccoli, alludiamo a complesse sconfitte, che naturalmente non mettono tutto sullo stesso piano, perché c’è una gradazione anche del rapporto critico con la sinistra del ‘900.
Io capisco bene che il tema “stalinismo” è un tema che merita che tutti ci si fermi e si entri dentro il buco nero, e si abbia il coraggio di guardare fino in fondo quello che non fu l’errore, ma che fu l’orrore, e su questo non ci possono essere ambiguità; capisco che questo fa la differenza, e tuttavia in questo cantiere, io così l’ho chiamato, o in questo gioco di reciprocità, di reciproca conoscenza, ci deve essere anche un elemento di reciproco affidamento, cioè siamo tutti quanti incerti, siamo tutti quanti in un passaggio in cui sentiamo le sabbie mobili di culture reazionarie che tornano a circolare, siamo angosciati e abbiamo però anche la percezione di un mondo nuovo, che talvolta è portatore anche di una cultura del cambiamento che sono i nostri occhi che non riescono a vedere, come è accaduto ogni volta che insorge il mondo della scuola e degli studenti. Allora io dico che dobbiamo presentarci come siamo, con i nostri difetti, con le nostre imperfezioni, con le nostre imprecisioni, perché siamo dentro una ricerca; però dobbiamo dare un messaggio forte ai compagni: Sinistra e Libertà non è un tram, è un vero progetto politico, ha dimostrato che in quattro settimane e in una presenza televisiva..