| Paola Agnello Modica |
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trascrizioneTrascrizione dell'intervento di Paola Agnello Modica al seminario "Ricominciamo dal 3" (non rivista dall'autore)In questa nuova avventura uno dei primi problemi che abbiamo è l'identità. Cito l'identità perchè leggendo i giornali in questi giorni, compreso stamattina, ho scoperto che io sarei tra coloro che all'interno della segreteria nazionale della CGIL - perchè il mio mestiere è fare la sindacalista - sarebbero sostenitori di Bersani. Ora, ho aderito a Sinistra e Libertà, sono qui.. Un problema fra tutti: Bersani dice "Il punto di riferimento e radicamento è il mondo del lavoro" inteso come imprese e lavoratori. Io ho un altro punto di vista, ed è un punto di vista che in quel documento che stamattina ci è stato presentato - e ringrazio chi lo ha elaborato - manca ed è assente, e cioè le gambe di un progetto: le donne e gli uomini che lavorano, che vorrebbero lavorare e cha hanno lavorato per una vita; perchè altrimenti anche noi rischiamo di prendere la deriva del cittadino, magari cittadino consumatore, o cose di questo genere, quando invece il fulcro del cambiamento è sempre stato, e non può che essere, all'interno del mondo del lavoro inteso come le donne e gli uomini che lavorano. Le donne e gli uomini che lavorano con le loro potenzialità, i loro saperi, i loro problemi, la loro energia, la loro capacità di lottare e di scioperare - e non devo ricordare, spero, gli scioperi che hanno fatto partire la fase della Resistenza, quella che poi ha portato alla Costituzione del nostro Paese - bene, questo nel lavoro. Ma c'è un altro tema che si chiama "questione sociale": allora quando parliamo di crisi, la crisi è una crisi che va approfondita anche nella sua analisi, è una crisi economica, è una crisi ambientale, è una crisi delle disuguaglianze, è una crisi sociale, è una crisi dovuta alla competizione basata solo sulla riduzione dei costi, è una crisi legata a un modello di sviluppo che ha depredato gli altri Paesi e che oggi porta ad avere un miliardo di persone che crepano di fame, letteralmente; che ci porta ad avere 1300 morti sul lavoro solo nel nostro Paese, e via di questo passo. Non ho il tempo ovviamente per articolare tutto quanto; allora mi interessa, tra le altre cose, da femminista, da ecologista - sono una sindacalista un pò anomala da questo punto di vista - mi interessa che sia recuperato appieno il ruolo di un soggetto politico che scelga di essere rappresentanza politica del mondo del lavoro inteso come prima l'ho declinato. Perchè solo così possiamo affrontare la crisi e anche uscire dalla crisi. Solo attraverso le donne e gli uomini che lavorano si possono affrontare nodi quali un diverso di sviluppo e un diverso modello sociale. E nel diverso modello di sviluppo, io che mi batto per il risparmi energetico, per le energie alternative e quant'altro, so che molto di più va fatto, o superiamo il motore a scoppio, oppure.. Gli approfondimenti che dobbiamo fare sono tanti, sono notevoli. Non solo, ma anche un diverso modello sociale - e qui mi aggancio immediatamente all'oggi, perchè correttamente è stato detto "dobbiamo guardare al futuro", ma dobbiamo guardare anche all'oggi. Invito tutti e tutte a fare una pessima lettura, ma è importante: il Libro Bianco del ministro Sacconi, è il manifesto politico, culturale - Moni Ovadia parlava di cultura - di questo governo; leggendolo l'ho paragonato come portata al manifesto sulla razza del 1938. Per citare solo qualcosa: giusto da ieri, da oggi, io che mi considero una migrante di questo mondo, io sono una clandestina, ed è un reato essere clandestini, ma non è reato far crepare qualcuno sul lavoro piuttosto che con un incidente ferroviario. Poi quel manifesto, quel documento, "la vita buona nella società attiva", rilegge in maniera molto subdola la Costituzione italiana, parlando della centralità della persona e rimettendo invece l'impresa come prius rispetto ai lavoratori, alle lavoratrici, ai diritti di cittadinanza e alle libertà: è una cosa pesantissima. Cito solo un piccolissimo particolare culturale: il medico non sarà più l'alleato del paziente, ma il paziente alleato del medico; pensiamo noi donne, pensiamo noi persone, cittadini, lavoratori, lavoratrici, che cosa significa culturalmente un cambiamento di paradigma come questo, e sono solo tre parole all'interno di un documento di alcune decine di pagine. Peraltro questo per dire che dobbiamo darci anche molti appuntamenti di approfondimento e anche di contaminazione reciproca delle nostre diverse culture, con alcune priorità che credo di aver già espresso. E arrivo esattamente al minuto finale per dire che bisogna avere le idee, ma servono le gambe, le braccia e i cuori per farle andare avanti, serve anche una forma organizzata, fino al partito. Sono tra coloro che hanno sempre criticato il partito leggero, perchè il partito leggero è esattamente quello che si distacca dal mondo del lavoro, dai territori, dai problemi reali, dai problemi concreti; voglio una forma organizzata nel suo iter che non crei problematicità a nessuno, ma che ci porti ad essere presenti un pò ovunque, perchè continuo a pensare che i movimenti vanno bene in una fase, ma il moviementismo è uguale al liberismo, e non dà alle donne e agli uomini singoli la forza di mettere insieme le loro forze in un collettivo. Siccome mi pare che possiamo essere un collettivo con grandi potenzialità, vorrei davvero che queste potenzialità non le bruciassimo subito. Buon lavoro a tutti noi. Se il più grande partito di opposizione appare smarrito dentro un avvitamento intestino, dolente e separato dalla realtà della crisi italiana, così c’è un problema, che chiede a noi uno sforzo in più, è una responsabilità supplementare: noi ci dobbiamo far carico del fatto che non siamo sufficienti, com’è del tutto ovvio, abbiamo bisogno di allargare l’ambito della relazione, la crisi democratica è acuta, perché poi dietro sta avanzando una crisi economico-sociale che è largamente sottovalutata, anche da noi, che è di proporzioni gigantesche. Insomma io credo che noi dobbiamo giocare una partita importante; come cominciamo a giocarla questa partita importante? Beh, amici e compagni, cominciando a conoscerci; abbiamo storie differenti, culture differenti, possiamo giocare questa partita con l’infingimento e la furbizia, oppure possiamo giocare questa partita con lo spirito di ricerca, il rispetto e la curiosità reciproca. Io penso che se noi non ci sentiamo prigionieri degli anni ’80, e viviamo i nostri percorsi, i nostri cammini soprattutto con la curiosità di ascoltarci reciprocamente, e di accogliere ciascuna differenza come un dono dentro a questa impresa, che è gigantesca, allora ci possiamo dare l’aggio, per esempio, di misurare le diverse nostre storie e culture non su giudizio di Dio che riguarda un anno del passato, un pezzo del vecchio calendario. Io per esempio con gli amici e i compagni delle diverse storie vorrei oggi discutere e confrontarmi sul tema del welfare, perché penso che lì non possiamo né immaginare che la riforma del welfare debba essere blairianamente dimagrimento e cedimento alle culture liberiste, ma che non si possa neanche immaginare che un atteggiamento di sinistra è pura conservazione del welfare come l’abbiamo conosciuto, perché il welfare come l’abbiamo conosciuto corrisponde a un mondo che non esiste più, quel welfare per esempio non teneva in conto la centralità della questione di genere; quel welfare, non possiamo non vedere che avesse una cifra patriarcale e assistenzialistica; e quel welfare non teneva conto, per l’Italia, del tema centrale dei flussi migratori, del come il popolo dei migranti avrebbe cambiato radicalmente proprio l’idea dell’organizzazione dei servizi sociali. Allora io dico confrontiamoci, io sento non la spinta a un compromesso con i socialisti (poi parlo degli altri), ma sento la necessità di scorgere dentro quella parabola e quella storia parole chiave che sono indispensabili per la sinistra del futuro. La questione ecologista non è una questione naturalmente coreografica, non è una questione dell’intensità dei nostri riferimenti, delle nostre battaglie: è uno sguardo complessivo sulla realtà ed è quindi un arricchimento drastico, radicale della cultura del cambiamento, ma naturalmente significa misurarci con grande forza, perché sullo sfondo c’è il dibattito tra crescita o decrescita, e credo che noi anche qui non dobbiamo cercare mediazioni furbesche, mediazioni lessicali, diciamo una mezza parola, usiamo un mezzo aggettivo, non dobbiamo avere paura di essere una ricerca in campo aperto, cioè non dobbiamo avere paura di chiudere la questione che invece dobbiamo aprire, di che cosa significa per esempio ecososteniblità, la green economy; ne abbiam parlato anche in campagna elettorale, io avevo l’orticaria di fronte all’espressione “green economy” perché dicevo “ora l’industria dell’industria dell’inquinamento fa un altro business, perché diventa anche industria del disinquinamento”, e in molti casi si tratta di un ciclo integrato, e magari degli stessi soggetti; allora è un dibattito importante che dobbiamo approfondire. Tra di noi siamo piccoli, alludiamo a complesse sconfitte, che naturalmente non mettono tutto sullo stesso piano, perché c’è una gradazione anche del rapporto critico con la sinistra del ‘900. Io capisco bene che il tema “stalinismo” è un tema che merita che tutti ci si fermi e si entri dentro il buco nero, e si abbia il coraggio di guardare fino in fondo quello che non fu l’errore, ma che fu l’orrore, e su questo non ci possono essere ambiguità; capisco che questo fa la differenza, e tuttavia in questo cantiere, io così l’ho chiamato, o in questo gioco di reciprocità, di reciproca conoscenza, ci deve essere anche un elemento di reciproco affidamento, cioè siamo tutti quanti incerti, siamo tutti quanti in un passaggio in cui sentiamo le sabbie mobili di culture reazionarie che tornano a circolare, siamo angosciati e abbiamo però anche la percezione di un mondo nuovo, che talvolta è portatore anche di una cultura del cambiamento che sono i nostri occhi che non riescono a vedere, come è accaduto ogni volta che insorge il mondo della scuola e degli studenti. Allora io dico che dobbiamo presentarci come siamo, con i nostri difetti, con le nostre imperfezioni, con le nostre imprecisioni, perché siamo dentro una ricerca; però dobbiamo dare un messaggio forte ai compagni: Sinistra e Libertà non è un tram, è un vero progetto politico, ha dimostrato che in quattro settimane e in una presenza televisiva.. |