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Nichi Vendola

trascrizione

Trascrizione dell'intervento di Nichi Vendola al seminario "Ricominciamo dal 3" (non rivista dall'autore)

 

Credo che faremmo un errore se discutessimo del nostro percorso e del nostro futuro astraendoci dagli elementi che caratterizzano un passaggio d’epoca, che precipita nel Vecchio continente con un corredo di angoscia, di fantasmi che vengono riesumati dal voto in diverse parti d’Europa.
C’è una crisi che riguarda il Vecchio continente, che appare improvvisamente un continente vecchio e spaventato, che riguarda la crisi del patto tra capitale e lavoro che ha segnato l’uscita dai fascismi e la fine della Seconda guerra mondiale; quel patto che ha fatto dell’Europa un modello sociale e salvabile. E oggi è curioso vedere come, mentre noi proseguiamo secondo quella che un tempo avremmo chiamato una forma di “americanizzazione” della società europea, negli Stati Uniti d’America il dibattito è sulla “europeizzazione” del modello americano. Io penso che la nostra ricerca debba avere questo contesto, questa scena perché altrimenti non so di che cosa parliamo.E debba guardare alla crisi italiana. Io ho l’impressione che gli elementi di un approfondimento sulla realtà e sulla crisi italiana non ci siano, non siano nella scena pubblica, non siano nella disponibilità collettiva. E’ una crisi molteplice ed è una crisi pericolosa il fatto che sia evidente una frattura, un corto circuito dentro l’egemonia della destra - in particolar modo quella che è stata definita la crepa della narrazione berlusconiana. E' la crisi di un leader populista che ha paura del suo popolo: è fisicamente, plasticamente visibile questo.
Ma questa crisi non ha interrotto il processo di ristrutturazione della nostra Costituzione materiale, non ha interrotto l’attacco all’immaginario, alla cultura e all’ordine materiale della Costituzione repubblicana.
La crisi del berlusconismo può rappresentare un ulteriore scivolamento a destra del nostro Paese. Attenzione a non avere illusioni che la delegittimazione morale (che è planetaria e che riguarda anche le relazioni con poteri forti, che sono spiazzati dall’indecenza di ciò che appare sulla scena pubblica) non è l’inizio della fine, non è l’annuncio di tempi migliori, se non scende in campo un’ipotesi alternativa forte, credibile. E da questo punto di vista la critica del berlusconismo è inerte, se la questione morale non è l’agente fondamentale della ricostruzione di un blocco alternativo, di un’idea alternativa.
Rischiamo di essere soggiogati dal moralismo, dalle pulsioni cicliche verso il giustizialismo, che sono malattie, che sono veleni politici e culturali che ci impediscono di leggere le radici materiali che determinano la degenerazione, la decadenza della vita pubblica. Ma non solo la decadenza della vita pubblica: l’impossibilità di rintracciare l’ethos pubblico del nostro Paese, la scomparsa dell’Italia per come l’abbiamo conosciuta nella lunga storia del dopoguerra.
E’ come se ci fossimo tutti svegliati in un Paese sconosciuto, largamente sconosciuto, dove quello che entra in crisi non è il nostro orientamento politico, ma è la nostra educazione sentimentale alla vita, alla socialità: questo è il punto di una sconfitta molto più drammatica di quanto non sia la sconfitta elettorale.
Da questo punto di vista c’è un oggetto che immediatamente ci sta di fronte e col quale ci dobbiamo confrontare, che è il congresso del Partito Democratico. Esso ha due temi nei due schieramenti: l’elusione della sinistra, in uno schieramento, e l’allusione alla sinistra, nel secondo schieramento. E’ un po’ poco, per trovarvi la traccia sia di un’analisi profonda della crisi italiana, sia di una reazione all’altezza, di una sfida forte.
Sono due conglomerati di cui si percepisce soprattutto il piglio marziale, è una contesa già così visibilmente militarizzata; lo dico perché questa è una tragedia, perché l’esito, l’andamento del congresso del PD è un tema fondamentale, è un tema che riguarda anche noi. Non ne parlo come uno che abbia nessuna pulsione verso il PD, non sono iscritto a quel partito, non intendo iscrivermi a quel partito, ma dichiaro l’interesse, com’è ovvio a tutti, dichiaro l’interesse per le sorti della democrazia italiana, a guardare tutto ciò che accade nello schieramento che non è di governo e che è in opposizione al governo, e soprattutto guardare la vita del più grande partito di opposizione. Se il più grande partito di opposizione appare smarrito dentro un avvitamento intestino, dolente e separato dalla realtà della crisi italiana, così c’è un problema, che chiede a noi uno sforzo in più, è una responsabilità supplementare: noi ci dobbiamo far carico del fatto che non siamo sufficienti, com’è del tutto ovvio, abbiamo bisogno di allargare l’ambito della relazione, la crisi democratica è acuta, perché poi dietro sta avanzando una crisi economico-sociale che è largamente sottovalutata, anche da noi, che è di proporzioni gigantesche.
Insomma io credo che noi dobbiamo giocare una partita importante; come cominciamo a giocarla questa partita importante? Beh, amici e compagni, cominciando a conoscerci; abbiamo storie differenti, culture differenti, possiamo giocare questa partita con l’infingimento e la furbizia, oppure possiamo giocare questa partita con lo spirito di ricerca, il rispetto e la curiosità reciproca.
Io penso che se noi non ci sentiamo prigionieri degli anni ’80, e viviamo i nostri percorsi, i nostri cammini soprattutto con la curiosità di ascoltarci reciprocamente, e di accogliere ciascuna differenza come un dono dentro a questa impresa, che è gigantesca, allora possiamo, per esempio, misurare le diverse nostre storie e culture non su giudizio di Dio che riguarda un anno del passato, un pezzo del vecchio calendario.
Io per esempio con gli amici e i compagni delle diverse storie vorrei oggi discutere e confrontarmi sul tema del welfare, perché penso che lì non possiamo né immaginare che la riforma del welfare debba essere blairianamente dimagrimento e cedimento alle culture liberiste, ma che non si possa neanche immaginare che un atteggiamento di sinistra è pura conservazione del welfare come l’abbiamo conosciuto, perché il welfare come l’abbiamo conosciuto corrisponde a un mondo che non esiste più, quel welfare per esempio non teneva in conto la centralità della questione di genere; non possiamo non vedere che quel welfare avesse una cifra patriarcale e assistenzialistica; e quel welfare non teneva conto, per l’Italia, del tema centrale dei flussi migratori, del come il popolo dei migranti avrebbe cambiato radicalmente proprio l’idea dell’organizzazione dei servizi sociali.
Allora io dico confrontiamoci, io sento non la spinta a un compromesso con i socialisti (poi parlo degli altri), ma sento la necessità di scorgere dentro quella parabola e quella storia parole chiave che sono indispensabili per la sinistra del futuro.
La questione ecologista non è una questione naturalmente coreografica, non è una questione dell’intensità dei nostri riferimenti, delle nostre battaglie: è uno sguardo complessivo sulla realtà ed è quindi un arricchimento drastico, radicale della cultura del cambiamento, ma naturalmente significa misurarci con grande forza, perché sullo sfondo c’è il dibattito tra crescita o decrescita, e credo che noi anche qui non dobbiamo cercare mediazioni furbesche, mediazioni lessicali - diciamo una mezza parola, usiamo un mezzo aggettivo - non dobbiamo avere paura di essere una ricerca in campo aperto, cioè non dobbiamo avere paura di chiudere la questione che invece dobbiamo aprire, di che cosa significa per esempio ecososteniblità, la green economy. Ne abbiam parlato anche in campagna elettorale, io avevo l’orticaria di fronte all’espressione “green economy” perché dicevo “ora l’industria dell'inquinamento fa un altro business, perché diventa anche industria del disinquinamento, e in molti casi si tratta di un ciclo integrato, e magari degli stessi soggetti". Allora è un dibattito importante che dobbiamo approfondire.
Tra di noi siamo piccoli, alludiamo a complesse sconfitte, che naturalmente non mettono tutto sullo stesso piano, perché c’è una gradazione anche del rapporto critico con la sinistra del ‘900.
Io capisco bene che il tema “stalinismo” è un tema che merita che tutti ci si fermi e si entri dentro il buco nero, e si abbia il coraggio di guardare fino in fondo quello che non fu l’errore, ma che fu l’orrore, e su questo non ci possono essere ambiguità; capisco che questo fa la differenza, e tuttavia in questo cantiere, io così l’ho chiamato, o in questo gioco di reciprocità, di reciproca conoscenza, ci deve essere anche un elemento di reciproco affidamento, cioè siamo tutti quanti incerti, siamo tutti quanti in un passaggio in cui sentiamo le sabbie mobili di culture reazionarie che tornano a circolare, siamo angosciati e abbiamo però anche la percezione di un mondo nuovo, che talvolta è portatore anche di una cultura del cambiamento che i nostri occhi che non riescono a vedere, come è accaduto ogni volta che insorge il mondo della scuola e degli studenti. Allora io dico che dobbiamo presentarci come siamo, con i nostri difetti, con le nostre imperfezioni, con le nostre imprecisioni, perché siamo dentro una ricerca; però dobbiamo dare un messaggio forte ai compagni: Sinistra e Libertà non è un tram, è un vero progetto politico, ha dimostrato che in quattro settimane e in una presenza televisiva

Se il più grande partito di opposizione appare smarrito dentro un avvitamento intestino, dolente e separato dalla realtà della crisi italiana, così c’è un problema, che chiede a noi uno sforzo in più, è una responsabilità supplementare: noi ci dobbiamo far carico del fatto che non siamo sufficienti, com’è del tutto ovvio, abbiamo bisogno di allargare l’ambito della relazione, la crisi democratica è acuta, perché poi dietro sta avanzando una crisi economico-sociale che è largamente sottovalutata, anche da noi, che è di proporzioni gigantesche.

Insomma io credo che noi dobbiamo giocare una partita importante; come cominciamo a giocarla questa partita importante? Beh, amici e compagni, cominciando a conoscerci; abbiamo storie differenti, culture differenti, possiamo giocare questa partita con l’infingimento e la furbizia, oppure possiamo giocare questa partita con lo spirito di ricerca, il rispetto e la curiosità reciproca.

Io penso che se noi non ci sentiamo prigionieri degli anni ’80, e viviamo i nostri percorsi, i nostri cammini soprattutto con la curiosità di ascoltarci reciprocamente, e di accogliere ciascuna differenza come un dono dentro a questa impresa, che è gigantesca, allora ci possiamo dare l’aggio, per esempio, di misurare le diverse nostre storie e culture non su giudizio di Dio che riguarda un anno del passato, un pezzo del vecchio calendario.

Io per esempio con gli amici e i compagni delle diverse storie vorrei oggi discutere e confrontarmi sul tema del welfare, perché penso che lì non possiamo né immaginare che la riforma del welfare debba essere blairianamente dimagrimento e cedimento alle culture liberiste, ma che non si possa neanche immaginare che un atteggiamento di sinistra è pura conservazione del welfare come l’abbiamo conosciuto, perché il welfare come l’abbiamo conosciuto corrisponde a un mondo che non esiste più, quel welfare per esempio non teneva in conto la centralità della questione di genere; quel welfare, non possiamo non vedere che avesse una cifra patriarcale e assistenzialistica; e quel welfare non teneva conto, per l’Italia, del tema centrale dei flussi migratori, del come il popolo dei migranti avrebbe cambiato radicalmente proprio l’idea dell’organizzazione dei servizi sociali.

Allora io dico confrontiamoci, io sento non la spinta a un compromesso con i socialisti (poi parlo degli altri), ma sento la necessità di scorgere dentro quella parabola e quella storia parole chiave che sono indispensabili per la sinistra del futuro.

La questione ecologista non è una questione naturalmente coreografica, non è una questione dell’intensità dei nostri riferimenti, delle nostre battaglie: è uno sguardo complessivo sulla realtà ed è quindi un arricchimento drastico, radicale della cultura del cambiamento, ma naturalmente significa misurarci con grande forza, perché sullo sfondo c’è il dibattito tra crescita o decrescita, e credo che noi anche qui non dobbiamo cercare mediazioni furbesche, mediazioni lessicali, diciamo una mezza parola, usiamo un mezzo aggettivo, non dobbiamo avere paura di essere una ricerca in campo aperto, cioè non dobbiamo avere paura di chiudere la questione che invece dobbiamo aprire, di che cosa significa per esempio ecososteniblità, la green economy; ne abbiam parlato anche in campagna elettorale, io avevo l’orticaria di fronte all’espressione “green economy” perché dicevo “ora l’industria dell’industria dell’inquinamento fa un altro business, perché diventa anche industria del disinquinamento”, e in molti casi si tratta di un ciclo integrato, e magari degli stessi soggetti; allora è un dibattito importante che dobbiamo approfondire.

Tra di noi siamo piccoli, alludiamo a complesse sconfitte, che naturalmente non mettono tutto sullo stesso piano, perché c’è una gradazione anche del rapporto critico con la sinistra del ‘900.

Io capisco bene che il tema “stalinismo” è un tema che merita che tutti ci si fermi e si entri dentro il buco nero, e si abbia il coraggio di guardare fino in fondo quello che non fu l’errore, ma che fu l’orrore, e su questo non ci possono essere ambiguità; capisco che questo fa la differenza, e tuttavia in questo cantiere, io così l’ho chiamato, o in questo gioco di reciprocità, di reciproca conoscenza, ci deve essere anche un elemento di reciproco affidamento, cioè siamo tutti quanti incerti, siamo tutti quanti in un passaggio in cui sentiamo le sabbie mobili di culture reazionarie che tornano a circolare, siamo angosciati e abbiamo però anche la percezione di un mondo nuovo, che talvolta è portatore anche di una cultura del cambiamento che sono i nostri occhi che non riescono a vedere, come è accaduto ogni volta che insorge il mondo della scuola e degli studenti. Allora io dico che dobbiamo presentarci come siamo, con i nostri difetti, con le nostre imperfezioni, con le nostre imprecisioni, perché siamo dentro una ricerca; però dobbiamo dare un messaggio forte ai compagni: Sinistra e Libertà non è un tram, è un vero progetto politico, ha dimostrato che in quattro settimane e in una presenza televisiva..

 

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